L’afasia dei liberal sulla bomba iraniana
Dalle colonne del New York Times, che ha diretto per molti anni, Bill Keller ieri ha vergato un editoriale per sostenere che è meglio un Iran nuclearizzato a una guerra preventiva contro Teheran e che in ogni caso Teheran con la bomba all’uranio non sarà la fine del mondo. Dieci anni fa Keller si arruolò in quella nobile pattuglia di liberal che avrebbe sostenuto l’invasione dell’Iraq (assieme a Paul Berman, Christopher Hitchens, George Packer, Kenneth Pollack, Thomas Friedman, Kanan Makiya e altri). Oggi però, sulla bomba atomica iraniana, la stessa intellighenzia vive in una pericolosa afasia.
20 AGO 20

Dalle colonne del New York Times, che ha diretto per molti anni, Bill Keller ieri ha vergato un editoriale per sostenere che è meglio un Iran nuclearizzato a una guerra preventiva contro Teheran e che in ogni caso Teheran con la bomba all’uranio non sarà la fine del mondo. Dieci anni fa Keller si arruolò in quella nobile pattuglia di liberal che avrebbe sostenuto l’invasione dell’Iraq (assieme a Paul Berman, Christopher Hitchens, George Packer, Kenneth Pollack, Thomas Friedman, Kanan Makiya e altri). Oggi però, sulla bomba atomica iraniana, la stessa intellighenzia vive in una pericolosa afasia. Si fa portavoce di una sorta di fatalismo in cui abbiamo tutto da perdere, quello secondo il quale l’Iran diventerà in ogni caso nucleare e che comunque si deve tenere ferma la mano dello stato ebraico, che potrebbe trascinarci tutti nell’abisso in nome dell’Olocausto. Oppure i liberal si fanno portavoci di bizzarre teorie.
Una in particolare campeggiava nel numero di agosto di Foreign Affairs, titolo: “Perché l’Iran dovrebbe avere l’atomica”. L’autore è Kenneth Waltz, fondatore della scuola neorealista nella teoria delle relazioni internazionali. Waltz sostiene che il problema in medio oriente è l’arsenale nucleare di Israele, che deve essere bilanciato da un altro potere, in questo caso l’Iran. In secondo luogo, Waltz ritiene che tale equilibrio atomico possa intrinsecamente stabilizzare la situazione, in tal modo riducendo, non aumentando, il rischio di conflitti. Siamo al delirio. Circola questa strana sensazione, che è come un rumore di fondo, per cui l’occidente non se la senta di imbarcarsi in una nuova spedizione preventiva in medio oriente e che prima o poi Teheran si doterà della bomba nucleare. Se Saddam Hussein era una minaccia per Israele e per gli Stati Uniti, immaginiamoci cosa possa diventare una teocrazia famelica di egemonia e dotata di armi di distruzione di massa. Dan Margalit, giornalista moderato fra i più noti d’Israele, ha scritto ieri che i liberal, “fra la scelta se attaccare o accettare un Iran nucleare, preferiscono sedersi e non fare niente”. Un po’ troppo poco come deterrenza contro il messianismo degli ayatollah.